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Ma un libro nasce cosi? – ¿Pero así nace un libro?

Ma un libro nasce così?

Il fatto d’essere nato a Torino nel 1963 è stato del tutto casuale, sarebbe potuto nascere in qualunque città del Nord Italia, dove cadevano come acquazzoni i meridionali nel dopoguerra.

I due vecchi che lo accompagnano camminando per Caracas sono mamma Sara e papà Vittorio la loro storia si racconta tra fotografie, umiltà e una quasi folle volontà d’essere onesti e genitori.

Il manicomio o clinica sarà parte della loro vita con l’arrivo della sorella Daniela soffocata dal forcipe e rimasta senza respiro per sempre, ma viva se così si può dire.

Per Antonio è la prima volta e durerà per sempre: trovarsi controvento.

La diversità è contagiosa almeno per gli altri.

E’ una lotta che si svolge quasi in silenzio tra medaglie del migliore della classe e voler essere un buon giocatore di calcio e poi atleta. In verità solo voleva dire mi chiamo Antonio e sono normale.

Nascosto scrive poesie ma senza capire il perché.

Gli anni scorrono con il nonno paterno vecchio partigiano e comunista, fotografo per caso e fondatore di una dinastia di fotoreporter, che gli insegna l’onesta e che ci sarà un mondo migliore. 

La sorella Daniela fa scoprire ogni giorno che non ci sarà un mondo migliore.

Lui guarda la sorella handicappata e si ritrova handicappato allo specchio degli occhi che non sono i suoi.

La politica e la scuola si sgretolano sotto i piedi e il saltare in alto per ogni centimetro che si supera,  aumenta la caduta. Antonio esiste solo se “vince” e la voglia di perdere si fa grande.

Il  preside e professore del liceo gli trasmette il piacere delle cose colte.

Daniela è sempre stesa sul tappeto e Antonio la scavalca, sembra senza vederla,  ma è un grido in un passo di ogni giorno e ogni notte per anni ed anni.

Poi quasi per gioco arriva l’eroina. Antonio è finalmente lo specchio degli occhi non suoi.  Ha una amante-madre-sposa e voglia di vivere che sbatte i tasti di una macchina da scrivere ma il giornale non lo sente e la poesia mente.

Sono passi senza rumore silenzi urlati e sguardi stanchi e per la cena tra i giornalisti c’è che gli trucca gli occhi ma non si trucca la vita e quando la polizia morde il passo arriva la Comunità

Ti vedo bene dicono con uno strano sorriso tra chi aspetta la ricaduta e chi  fabbrica  etichette e ti chiama ex mentre la partita non è neanche alla fine del primo tempo.

Antonio riempie fogli di poesie che legge alla donna di turno compagna d’ago e prostituzione e furto con destrezza e spesso con rabbia che si fa violenza che gli fa paura.

Sono parole perse che cercano un appiglio, una vita che non se ne va.

 Daniela si scavalca come prima senza vedere.

Fa il giornalista di nuovo  ma è un inganno e la porta della comunità o di una clinica s’apre prima della cella. 

L’illusione è un paesino della Liguria, come se il sale marino potesse chiudere le vene, mentre arriva un “foglio di via” e  una donna senza volto che parla dal Messico e dal computer  si fa amore.

La donna era bella come luce della scena e finalmente vera, lo scrivere ha forza di lingua e Antonio si fa maestro d’italiano e la vita sembra un sogno messicano. Poesie e scritti corrono come la città.

Antonio ritrova la vita nell’odore a nuovo del mercato di Tlalpan e nel viso di una donna che ha la faccia di uno sguardo che s’incontra per caso…

Virma è  un’ acquazzone che porta la pioggia nelle ossa, la metro si fa nave amorosa e Antonio sta per farsi  padre e professore d’università.

Antonio è bottiglia di champagne di compleanno apre la porta, ma Virma non risponde: dondola, dondola. Appesa a una corda per il collo e un foglio bruciato. Taglia le corde come fossero quelle che legavano Daniela al letto quando bambino.

Lui è in un manicomio messicano con Daniela corre nel prato

Cuzumel è isola dai  movimenti lenti e lingua indigena e silenzi di donne dalla borsetta che racchiude una vita. La penna è secca come la tastiera senza schermo. Torna ad insegnare. La vita torna, come sempre.

Caracas è nuovo amore.

 Il vacillare della mente si ritrova sulla tastiera che si fa video e racconto e si schiude in un libro Odore a…

 L’itañolo è una nuova cultura una nuova vita come sempre sconosciuta che si osserva dall’Avila.

 

¿Pero así nace un libro?

El hecho de haber nacido en Turín en 1963, fue completamente una casualidad, hubiera podido nacer en cualquier ciudad en el norte de Italia, donde caían como aguaceros los del sur en la posguerra.

Los dos ancianos que lo acompañan caminando por Caracas son mamá Sara  y papá Vittorio. Su historia se cuenta entre fotografías, humildad y un deseo casi loco de ser honestos y padres.

El manicomio  o clínica será parte de su vida con la llegada de su hermana Daniela sofocada    por un fórceps y dejada sin aliento para siempre, pero con vida, si así se puede decir.

Antonio por primera vez y durará para siempre: encontrarse contraviento. La diversidad es contagiosa, por lo menos para los demás.

 Es una lucha que se lleva a cabo casi en silencio entre las medallas del mejor de la clase y con ganas de ser un buen jugador de fútbol y deportista. En realidad sólo quería decir: mi nombre es Antonio y soy normal.

 En secreto, escribe poemas, pero sin entender el porqué.

 Los años pasan con el abuelo paterno viejo partisano y comunista, fotógrafo por casualidad y fundador de una dinastía de fotoperiodistas, quien le enseñó la honestidad y que habrá un mundo mejor.

 La hermana Daniela hace descubrir cada día que no habrá un mundo mejor.

Él mira a su hermana discapacitada y se encuentra discapacitado en el espejo de los ojos que no son los suyos.

La política y la escuela se desmoronan bajo sus pies y el salto de altura para cada centímetro que se supera aumenta la caída. Antonio sólo existe si “gana” y el deseo de perder se hace grande.

 El director y profesor del Liceo, le transmite el placer de las cosas cultas.

 Daniela está siempre tirada en la alfombra y Antonio la salta parece sin verla, pero es un grito en un paso de cada día y cada las noche por años y años.

 Luego, casi como un juego llega la heroína. Antonio es, finalmente, el espejo de los ojos que no son los suyos. Tiene una madre-esposa-amante y el deseo de vivir que golpea  las teclas de una máquina de escribir, pero el periódico no lo escucha y la poesía miente.

 Son pasos sin ruido silencios gritados y miradas cansadas y por la cena entre los periodistas hay quien le maquilla los ojos, pero la vida no se maquilla y cuando la policía muerde el paso llega  la Comunidad.

 ¡Te veo bien!, dicen con una extraña sonrisa entre quien espera una recaída y quien tiene fábrica de etiquetas y te llama ex-  mientras que el juego no está ni siquiera al final del  la primera mitad.

 Antonio llena hojas de poemas que lee a la mujer de turno compañera de aguja,  prostitución y robo y, a menudo con la rabia que se hace  violencia que le da miedo.

 Son palabras que se pierden buscando un agarre, una vida que no se va. Daniela se salta como antes, sin ver. Hace de periodista nuevamente, pero es engaño y la puerta de la Comunidad o de una clínica se abre antes que la celda.

 La ilusión es un pueblito en Liguria, como si la sal del mar pudiera cerrar las venas mientras llega un mandato de expulsión y una mujer sin rostro que habla desde México y a través del PC se hace amor.

 La mujer era tan hermosa como luz del escenario y por fin real, el escribir tiene  fuerza de lengua y Antonio se hace profesor de italiano y la vida parece un sueño mexicano pero la vida embriaga. Poemas y escritos corren como la ciudad.

Antonio encuentra una nueva vida en el olor del mercado de Tlalpan y  en el rostro de una mujer que tiene la cara de una mirada que se encuentra por casualidad…

 Virma es un aguacero que mete la lluvia en los huesos, el metro se hace barco amoroso y Antonio va a ser padre y profesor universitario.

 Antonio es  botella de champán de cumpleaños abre la puerta pero Virma no responde: se columpia, se columpia. Colgada a una soga por el cuello y una hoja quemada. Corta las cuerdas como si fueran las que ataban Daniela a la cama cuando niño.

 El está en un manicomio mexicano con Daniela corre en el prado

 Cozumel es isla de movimientos lentos y lengua indígena y silencios de mujeres de cartera que contiene toda una vida. La pluma está seca como el teclado sin pantalla. Vuelve a enseñar. La vida vuelve, como siempre.

Caracas es nuevo sentimiento. El vacilar de la mente se rencuentra sobre el teclado que se hace vídeo y cuento y se cierra en un libro: Olor a. El itañolo es una nueva cultura, una nueva vida como siempre desconocida que se observa pasar desde el Ávila.

 Testo e voce narrante Antonio Nazzaro

Video documento poetico per la presentazione del libro:

Odore a…/ Olor a… di Antonio Nazzaro

Edizioni Arcoiris Salerno: www.edizioniarcoiris.it/

Illustarazioni di Mariana De Marchi: https://www.facebook.com/MarianaDeMarchiArt

Editor versione in italiano Ezio Falcomer: http://eziofalcomer.blogspot.com

Editor español: María Julia de la Cruz Guerra (España) http://benditamediocridad.wordpress.com

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Odore a… Olor a…

Torino: ritorno senza fermata

Torino retorno sin paradaLui è seduto davanti al computer, il posacenere colmo, e cenere sulla tastiera, colpita come si faceva con le macchine da scrivere.  Il ventilatore aggrappato al soffitto taglia un’aria fumosa.

Si accende un’altra sigaretta, scrive: Ci sono viaggi che in verità sono dei ritorni. Dopo sette anni l’Italia e Torino si aprono allo sguardo.

 

Batte con due dita, la sigaretta tra i denti.

Si guarda intorno incuriosito, non sembra cambiato nulla, ma qualcosa non torna mai al ricordo. I suoi cinquant’anni scivolano tra i portici di via Po come i passi del liceo. Si ferma, guarda lo schermo assorto, la sigaretta è una boccata, e un mezzo sorriso.

Cammino mentre lo guardo, è schiacciato sul video.

Tavolini affollano i portici colorati a nuovo, e la bancarella dei libri è ancora lì, qualcuno chiede l’elemosina, come a ritmare lo scorrere delle colonne. Il passo latino è sorpreso dal pendolo torinese di una catena di montaggio: fabbrica che non c’è più. Qualcun altro chiede l’elemosina. C’è chi mangia camminando per lavoro, o cercandolo. Piccoli dettagli tradiscono la differenza, il grigiore si fa evanescente.

Un’ altra sigaretta e gli occhiali scivolano sul naso appuntito verso lo schermo.

 

Come si racconta una città più bella al vedersi del passato e sospesa nel ritmo di chi chiede l’elemosina. Il Po scorre tranquillo, se non fosse estate si alzerebbe il bavero; disegna mattine fredde e nebbiose sui Murazzi, ma il caldo cancella il ricordo. Ha lo sguardo stanco e un caffè al fianco.

 

Lo vedo solo in distanza tra gli scrosci del video.

Scoprire di non appartenere più alle vie scure allora, adesso rilucenti di Porta Palazzo, mercato anche del vizio di vivere, di non riconoscere i suoi passi bambini negli scalini del liceo.

Sorride, le colonne si lanciano nel fiume.Qualcuno chiede l’elemosina. Camminando scoppia a ridere: forse dovrei comprarmi un souvenir.

 

Lo sguardo dietro le lenti si nasconde.

 

Le Vallette scorrono al finestrino, qui il nuovo non è arrivato, tra anziani e sbandati nessuno chiede l’elemosina. Meno auto e più silenzio, stessi volti: mi dai una sigaretta? La sigaretta esce da sola dal pacchetto, si guardano dietro un cenno.

 

Si toglie gli occhiali per ricordare meglio.

Palazzi corrono dal quartiere al carcere passando per un manicomio, o meglio ”casa di cura” dall’entrata oscura di legno nero, l’auto scorre veloce e si riprende a respirare. Ancora toglie il fiato il ricordo della città, del passato. Qualcuno chiede l’elemosina.  Ha la faccia di chi rilegge, muove le labbra.  Nel video sembra muto, lo osservo.

 

Lo vedo ripetersi nello schermo, mentre conto le mattonelle del pavimento, ogni volta un po’ più lontano.

Cammina dietro passi lenti, mentre la città avanza così veloce che non si vede persona, solo gente. Alcuni volti sembrano conosciuti, vorrebbe fermarsi e chiedere, ma il tram segna una nuova fermata e si scende in silenzio. Sorride sorpreso dal pensiero che gli mancano i tram. Dietro l’angolo qualcuno chiede l’elemosina.  Guarda la tastiera; non cerca una lettera ma una fotografia.

Nello schermo la sua nuca buca il video, d’istinto faccio  un passo indietro.

 

Seduto al tavolino, le dita giocano con il bordo di un caffè diventato troppo forte a segnare, come la goccia che corre sul bordo, la distanza. Ma la distanza è un legame che si scioglie nella non appartenenza, gira un cucchiaino pensoso, il caffè ha sapore sudamericano… Si toglie gli occhiali e riaccende la sigaretta.

 

Lo saluto e scompare in un punto nero dello schermo come nei televisori di tanti anni fa.

Turín: retorno sin parada

Él está sentado delante de la computadora, el cenicero lleno, y ceniza sobre el teclado, golpeada como se hacía con las máquinas de escribir. El ventilador  aferrado al techo corta un aire humoso. Se enciende otro cigarrillo, escribe: Hay viajes que en realidad son retornos. Después de siete años, Italia y Turín se abren a la mirada.


Teclea con dos dedos, el cigarrillo entre los dientes.

Mira a su alrededor curioso, no parece haber cambiado nada, pero algo no vuelve nunca al recuerdo. Sus cincuenta años se deslizan entre los pórticos de calle Po como los pasos del liceo.  Se para, mira la pantalla absorto, el cigarrillo es una bocanada, y una media sonrisa.

Camino mientras lo observo, está aplastado sobre el vídeo.

Las mesitas llenan los pórticos pintados de nuevo, y el puesto de los libros todavía está allí, alguien pide limosna, como a ritmar el transcurrir de las columnas. El paso latino está sorprendido por el péndulo turinés de una cadena de montaje: fábrica que ya no existe. Algún otro pide limosna. Hay quien come caminando por trabajo, o buscándolo. Pequeños detalles traicionan la diferencia, el grisáceo se hace evanescente.

Otro cigarrillo y las gafas resbalan sobre la nariz puntiaguda hacia la pantalla.

Cómo se narra una ciudad más bella al verse del pasado y suspendida en el ritmo de quien pide limosna. El Po[i] fluye tranquilo, si no fuera verano se subiría el cuello; dibuja mañanas frías y brumosas sobre los Murazzi[ii], pero el calor borra el recuerdo.  Tiene la mirada cansada y un café al lado.

Lo veo solo en la distancia entre las interferencias del vídeo.

Descubrir de no pertenecer más a las calles entonces oscuras, ahora relucientes de Porta Palazzo[iii], mercado también del vicio de vivir, de no reconocer sus pasos de niño ni los escalones del liceo. Sonríe, las columnas se lanzan en el río.  Alguien pide limosna. Caminando se echa a reír: quizá debería comprarme un suvenir.

La mirada detrás de  los lentes se esconde.

 

Las Vallette[iv] se descorren en la ventanilla, aquí lo nuevo no ha llegado, entre ancianos e inadaptados nadie pide limosna. Menos autos y más silencio, los mismos rostros: ¿me das un cigarrillo? El cigarrillo sale solo del paquete, se miran detrás de una seña.

Se quita las gafas para recordar mejor.

Edificios se suceden desde el barrio a la cárcel, pasando por un manicomio[v], o mejor “Clínica” de entrada oscura de madera negra, el carro pasa veloz y se respira de nuevo. Aun quita el aliento el recuerdo de la ciudad, del pasado. Alguien pide limosna. Tiene cara de quien relee, mueve los labios. En el video parece mudo, lo observo.

Lo veo repetirse en la pantalla, mientras cuento las baldosas del piso, cada vez un poco más lejos.

Camina detrás de lentos pasos, mientras la ciudad avanza tan rápido que no se ve persona, sólo gente. Algunos rostros parecen conocidos, quisiera pararse y preguntar, pero el tranvía marca una nueva parada y se baja en silencio. Sonríe sorprendido del pensamiento que le faltan los tranvías. A la vuelta de la esquina alguien pide limosna. Mira el teclado y no busca una letra, sino una fotografía.

En la pantalla su nuca traspasa el video, instintivamente doy un paso atrás.

 

Sentado en una mesita, los dedos juegan con el borde de un café que ha llegado a ser demasiado fuerte marcando, como la gota que resbala por el borde, la distancia. Pero la distancia es un vínculo que se disuelve en la no pertenencia, da vueltas una cuchara pensativa, el café tiene gusto suramericano… Se quita los lentes y vuelve a encender el cigarrillo.

Lo despido y desaparece en un punto negro de la pantalla como en los televisores de hace años.


[i] El rio más largo de Italia y que cruza la ciudad.

[ii] Una especie de malecón a la ribera del rio.

[iii] Mercado principal de la ciudad.

[iv] Uno de los barrios bravos de la ciudad.

[v] Nunca entendí porque pegado al barrio se construyó una cárcel que lleva el mismo nombre “cárcel le  Vallette” y que termina su muralla en un manicomio.

 

 

 

 de donde eres baja resolucionDi dove sei?

 Tram leggeri scorrono sull’asfalto che si fa ponte per correre tutto d’un fiato la scalinata di un qualche sagrato. Di dove sei? Ogni volta che gli fanno questa domanda resta a pensare. La città ha palazzi d’epoca e modernità di periferia. Il tavolino plastificato riflette, le crepe che l’attraversano sembrano indecise. Ha la risposta in fondo alla gola e una lingua che non si parla. La vecchia periferia di Torino s’apre come un libro di fotografie che scorrono sotto i piedi. L’incrocio lo guarda incerto. Quand’era piccolo, tutti sapevano che non era piemontese. Vede le aiuole farsi città che s’inseguono e le radici sono erba tra asfalto e tombino. Sorride: le periferie del mondo sono sempre dietro la porta. Non parla piemontese né pugliese […]

¿De dónde eres?

Tranvías ligeros transitan sobre el asfalto que se hace puente para correr toda de golpe la escalinata de una iglesia cualquiera. ¿De dónde eres?. Cada vez que le hacen esta pregunta se queda pensando. La ciudad tiene edificios de época y modernidad de periferia. La mesita plastificada refleja, las grietas que la atraviesan parecen indecisas. Tiene la respuesta en el fondo de la garganta y una lengua que no se habla. La vieja periferia de Turín se abre como un libro de puerta. No habla fotografías que se deslizan bajo los pies. El cruce lo mira incierto. Cuando era pequeño, todos sabían que no era piamontés. Ve las parcelas hacerse ciudad que se persiguen y las raíces son hierba entre asfalto y alcantarilla. Sonríe: las periferias del mundo están siempre detrás de la piamontés ni apuliese […]

Odore a disinfettanteOlor a desinfectante

Dalla finestra, come ogni mattina, le nuvole scendono dal monte Avila – se avessero i capelli sarebbero arruffati – come sempre un dito accende il computer. mentre l’altra mano apre alle nuvole. Caracas sbadiglia, poche auto. Guardo la parete, gli occhiali deformano il muro bianco, il caffè chiama dalla cucina.

Si stringe le mani come a trattenere, lo guardo da dietro le spalle nella luce bianca, lo scorrere immobile di una fotografia.

Lei è sul letto, un cono di luce l’attraversa inutile come corde le mani e i piedi, l’odore di disinfettante si mescola alle luci al neon sempre accese. Seduto nel Bar Elena, il ricordo della sorella lo sorprende. Sulle labbra ritorna un sapore amaro, di disinfettante […]

Olor a desinfectante.

Desde la ventana, como cada mañana, las nubes bajan del cerro Ávila –si tuviera cabello, estaría enmarañado- como siempre, un dedo enciende la computadora mientras la otra mano abre a las nubes. Caracas bosteza pocos autos. Mira la pared, los lentes deforman el muro blanco, el café llama desde la cocina.

Se aprieta las manos como a retener, lo miro detrás de los hombros en la luz blanca, el recorrer inmóvil de una fotografía.

Ella está sobre la cama un cono de luz la atraviesa inútil, como las cuerdas, las manos y los pies, el olor a desinfectante se mezcla con las luces de neón siempre encendidas.

Sentado en el Bar Elena, el recuerdo de la hermana lo sorprende. Sobre los labios vuelve un sabor amargo, a desinfectante […]

EllaLei

I capelli di lei sono il dondolare dei lampioni sul limitare del fiume. Le finestre sono stelle basse a disegnare i corpi. Sono carezze lente come tram nella nebbia seguono rotte fisse, sempre sconosciute. Fumi salgono dalle ciminiere dando vaporosi baci alla città che sembra non avere fine. Sono sguardi che trattengono l’istante come angoli di strada gli appuntamenti di sempre. Il corpo si muove. Tremolio di pozzanghere che riflettono squarci di cielo. Le dita intrecciano la via. Lasciano scie come fari nella notte.

Caracas è uno sguardo moreno dal passo sinuoso. L’Avila si incipria con bianche nuvole […]

Ella

instante como esquinas de calle las citas de siempre. El cuerpo se mueve. Tremor de charcos qLos cabellos de ella son el balancear de los faroles sobre el limitar del río. Las ventanas son estrellas bajas a dibujar los cuerpos. Son caricias lentas como tranvías en la niebla siguen rutas fijas, siempre desconocidas. Humos salen de las chimeneas dando vaporosos besos a la ciudad que parece no tener fin. Son miradas que retienen el ue reflejan rasgones de cielo. Los dedos entrelazan la calle. Dejan estelas como faros en la noche.

Caracas es una mirada morena de paso sinuoso. El Ávila se empolva con blancas nubes […]

Parece justo nerviosismoSembra proprio nervosismo

Controluce annulla Torino. Si disegnano le linee dell’amico. Trent’anni sono passati sulle pietre da sempre nere del monumento. E’ incrociarsi di passi. Sguardi da studenti. Il camminare è incerto, verso lo sconosciuto ritrovato.
Sorride: tra un monumento ai caduti e una fermata del tram ci si trova sempre. Un divieto di sosta fa ombra.

La pioggia tropicale supera il ticchettio della tastiera, si alza, la mano fuori dalla finestra, il piede batte il ritmo.

Lo vedo sorprendersi a scrivere in spagnolo.

Gli anni e le parole contano come i passi le lastre di pietra. […]

Parece justo nerviosismo

A contra luz se anula Turín. Se dibujan las líneas del amigo. Treinta años han pasado sobre las piedras desde siempre negras del monumento. Es cruzarse de pasos. Miradas de estudiantes. El caminar es incierto, hacia el desconocido reencontrado.
Sonríe: entre un monumento a los caídos y una parada del tranvía uno se encuentra siempre. Un prohibido estacionar da sombra

La lluvia tropical supera el traqueteo del teclado, se levanta, la mano fuera de la ventana, el pie sigue el ritmo.

Le veo sorprenderse al escribir en español.

Los años y las palabras cuentan como los pasos las lastras de piedra. […]

Sabor amargo como el borde de la aceraSapore amaro come il bordo del marciapiede

 Porta Palazzo, nel sole brillante dal luccicare di ghiaccio ed auto, apriva le gambe composta. Lei sicuramente andava zigzagando ancora tra i banchi del mercato. Pensa: dovrei sentire odore di frutta. Sapore amaro come il bordo del marciapiede. Lo sguardo cerca occhi fuggenti che si perdono nel groviglio dei fili del tram. Sorride: quando hai tutto non la incontri mai. Sembra una storia mal scritta. La piazza in rivoli d’acqua si perde nei tombini. Lei cammina con passo svelto di giaccone troppo grande. Resta inchiodato a vederla passare. Il tram felice si butta nel viale.

Caracas è notturna; nell’oscurità Petare si fa presepe tropicale, rumori passano ognuno con un suono differente. Sembra contarli.

Lo vedo sotto la lampadina, gli occhiali un’impronta digitale, seduto, le punte dei piedi spingono il pavimento.

Gli anni con lei e senza di lei non si possono contare. Ma si può restare a guardarli dal finestrino dell’autobus che passa. […]

Sabor amargo como el borde de la acera

Porta Palazzo, en el sol brillante del lucir de hielo y autos, abría las piernas compuesta. Ella seguramente aún andaba zigzagueando entre los puestos del mercado. Piensa: debería sentir olor a fruta. Sabor amargo come el borde de la acera. La mirada busca ojos huidizos que se pierden en la maraña de los cables del tranvía. Sonríe: cuando tienes todo no la encuentras nunca. Parece una historia mal escrita. La plaza en riachuelos de agua se pierde en las alcantarillas. Ella camina con paso ágil de chaquetón demasiado grande. Se queda clavado al verla pasar. El tranvía feliz se lanza por la avenida.

Caracas es nocturna, en la oscuridad Petare se convierte en un pesebre tropical, pasan ruidos cada uno con un sonido diferente. Parece contarlos.

Le veo bajo la bombilla, las lentes una huella digital, sentado, las puntas de los pies empujan
el piso. […]

dal libro “Odore a …/ Olor a…” di Antonio Nazzaro Zambon

ed. Arcoiris

http://www.edizioniarcoiris.it/index.php

illustrazioni/ilustraciones: Mariana De Marchi

http://www.marianademarchi.com/

editor lingua italiana: Ezio Falcomer

http://eziofalcomer.blogspot.it/

editor lingua spagnola: Maria de la Cruz