I VisionBook: immagini e poesia in un caleidoscopio di emozioni

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Di Stefania Di Lino (*)

Umberto Galimberti afferma dalla pagina di un noto magazine italiano: -“ Siccome l’amore è la figura più affascinante e travolgente della nostra dimensione irrazionale, ragionare sulle cose d’amore significa raffreddarle o darsi una ragione per qualche abbandono subìto.”

Da questa considerazione parto e mi accingo a commentare quell’enorme caleidoscopio di emozioni roteanti che costituiscono il linguaggio artistico dello scrittore, poeta e video-maker Venezuelano d’Italia, Antonio Nazzaro.

Perché, e sia ben chiaro, quando si parla di arte, sia essa visiva, sonora o scritta, si parla sempre di amore.
Amore addizionato, sottratto, assente (e quindi in difetto), troppo presente, e quindi in eccesso (che diventa nuovamente difetto); amore travisato, equivocato, eluso, interpretato, proiettato, amore lontano o talmente vicino da non riuscire neanche a vederlo.
Un amore spezzettato, discontinuo, che scorre veloce, non mette radici e ferisce; amore che si sovrappone ripetitivo, immaginifico, visionario, paranoico, un amore che corre attraverso frame veloci al limite del subliminale.
Immagini che investono come uno schiaffo, che percuotono e annichiliscono come una scossa elettrica con un dolore improvviso e fortissimo, o come una perdita simile ad un lutto che non elaborato, continua ad urlare dentro.

“ L’Urlo” di Edvard Munch, dunque, ma in una edizione rivisitata nel caso di Antonio: non è esattamente un teschio quasi privo di connotati quello che urla, ma un bambino (Antonio stesso?) che usando gli strumenti sapienti di ordine visual-letterario dell’Antonio adulto, cerca spazi, finestre, frame appunto, da cui affacciarsi e gridare: per vedere, ma soprattutto per essere finalmente visto.

Allora nella “consecutio temporum” immaginaria delirante dei frame, ritagliati da dotte citazioni – si va da Vertov Dziga e il cinema degli anni 30, passando per Stan Laurel e Oliver Hardy, e poi Kubrick, Pasolini, Fassbinder, Wenders, e ancora il cinema contemporaneo Argentino, mescolati a spezzoni televisivi -, nel vortice del carosello, nella giostra impazzita c’è la proposta di un dolore che, nei lavori di Antonio Nazzaro appare ossessivo, ri-dondante e ri-Tornante, poiché privo di tempo, congelato nella intangibilità a-temporale di un dolore che non ha contenimento né accoglienza, se non nella sua espressività poetica, per alcuni culla naturale dell’elaborazione del dolore.
Un dolore che invecchia, forse, nell’inerzia ineluttabile del trascorrere del tempo, ma che rimane nel suo congelamento. Non matura, rimane bambino.

Per analogia, ma anche per contrapposizione, mi viene in mente un altro illustre video-maker: Bill Viola.
Se nei vision-book di Nazzaro c’è accelerazione ossessiva, in Viola c’è lentezza esasperante; l’immagine “mantra” – e ricordo che il mantra può essere anche solo una parola ripetuta fino all’annullamento della stessa – l’immagine che cattura e induce a rallentare, quasi a frenare la corsa, a fermarsi, ma mai del tutto, fino a portarsi laddove l’artista vuole: la catarsi attraverso il colpo di scena, l’imprevisto che improvvisamente svia e si fa soluzione, coupe de theatre; Viola, nella sua costruzione pittorico- strutturale, trasfigura il Rinascimento italiano, ancor meglio il Manierismo, e più nello specifico il Pontormo.
A questo proposito, Cesare Vivaldi, scrittore, poeta, critico letterario e d’arte, docente presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, ravvisò proprio nel Manierismo i prodromi di quella sospensione, quel congelamento atemporale che sfociò ben quattro secoli dopo in quel robusto movimento che caratterizzò il Novecento: la Metafisica.
Nei paesaggi di De Chirico incombe pesante il silenzio vuoto delle piazze italiane, quasi rese deserte da un tragico esodo sottaciuto; in Bill Viola le figure si muovono al rallenty , quasi frenate dal peso loro stessa esistenza; in Nazzaro no, al contrario, c’è il carosello moderno e contemporaneo stridente, contraddittorio, disumano, traboccante di un vuoto privo di senso, dove la perdita è dolore, lutto. E c’è confusione, compulsione, suono, parola, voce, (quella ricca pastosa, trascinante, a volte atona, modulata da Ezio Falcomer) da cui l’immagine sembra scaturire; e ancora rumore, musica disturbante, estraniante, come in un qualsiasi centro commerciale della peggior periferia di una qualsiasi situazione urbana e sub-urbana, in cui si trasmette incessantemente musica, non certo mirata al ritrovamento di sé, alla riflessione su di sé, ma punta all’anestesia dei sensi, per sviluppare una compulsività acritica e sragionante verso l’acquisto coatto. Un’ anestesia dunque dei sensi, (l’esatto contrario della bellezza), che non può che ricondurre ad ulteriore perdita di senso dell’esistenza.

Se per Marc Augé i “non-luoghi” sono laddove l’essere umano perde la sua condizione d’individuo, nei vision-book di Antonio Nazzaro e di Ezio Falcomer, tutto ciò che è connotato ossessiona ed estranea nella sua eccessività; si svuota improvvisamente e si svela in una dimensione altra dalla consueta e familiare: è il concetto di freudiana memoria del “Das Unheimliche”, del “perturbante”, che insorge laddove si manifesta una coazione a ripetere. La ripetizione esasperata è quindi ossessione.

In Viola c’è la sicurezza di un linguaggio iconografico aulico, certo, stratificato e consolidato dal gotha culturale internazionale, da ascriversi ad un movimento inteso come patrimonio mondiale: il Rinascimento italiano.
In Antonio Nazzaro non v’è certezza se non nella polvere sollevata (e mangiata) dai vortici, vertigini destabilizzanti, che la vita contemporanea presenta, smascherando ogni certezza di sorta: quindi evince, taglia, ricuce, decontestualizza, sposta e sovverte. E non c’è nessuna maniglia a cui reggersi per trovare stabilità, ammesso che questo sia il fine ultimo della narrazione di Nazzaro.

In Viola c’è un silenzio ecclesiastico – vista anche la scelta dei soggetti – che enfatizza le figure nel lento movimento; in Nazzaro l’accelerazione schizza in affollamento da saturazione – (se parlassi di scultura sceglierei il termine “accumulo” ). Lo stridore delle immagini evidenzia l’assurdità del quotidiano, il camuflage dell’anormale che passa attraverso quel comune, poiché condiviso, “senso” del normale, ma che in realtà sfocia, come spesso accade, in una mostruosa disumanità.

La voce ineguagliabile di Ezio Falcomer, l’ “Io narrante” senza il quale, forse, i “vision-book” non sarebbero mai nati, – nella narrazione si fa, di volta in volta, priva di tono o cantilenante, raggiunge toni acuti, quasi in falsetto, per poi tornare a calare in suoni più viscerali – una grande capacità interpretativa quella di Falcomer che sottolinea ed esaspera, come un gesso graffiante su lavagna, l’effetto spaesante di cui i vision book sono, a mio avviso, portatori.
Se Bill Viola, nei suoi video, lavora sulla solidità di un linguaggio iconografico consolidato, nell’opera di Antonio Nazzaro, e di Ezio Falcomer, si svela senza alcuna omissione, quanto disordine si cela dietro al pre-costituito, al pre-confezionato, al pre-stabilito, destrutturando la semantica con cui e per cui quelle immagini sono nate.
Nazzaro dunque svela un imbroglio e punta alla risoluzione di un equivoco di fondo.
Al percorso quieto dell’alfabetizzazione rinascimental-manieristica, proposto quasi come assioma incontrovertibile del pensiero unico, Antonio Nazzaro oppone il caos della molteplicità dei punto di vista – Picasso, genialmente, non propone forse la stessa cosa con l’irriverenza dirompente del Cubismo?.
Ed è in questo che si legge la proposta culturalmente e didatticamente alta di Antonio – e per questo lo ringrazio -, smontare, decostruire, infrangere con coraggio, con umiltà e onestà intellettuale, doti che appartengono al nostro Poeta Antonio Nazzaro, e patrimonio morale solo di pochi. Per capire, orientarsi e ricostruirsi dialetticamente, nella dimensione caotica dell’attuale.
Antonio Nazzaro, attraverso la sua opera, è più che attuale: è assolutamente contemporaneo.

Per ulteriori informazioni qui l’evento sulla pagina Facebook.


(*) Poetessa e scultrice, vive a Roma, si è formata alla scuola di Pericle Fazzini, uno dei più grandi scultori italiani del secolo scorso, e di Cesare Vivaldi, critico d’arte e poeta.Insegnante per la Scuola Media Superiore, Stefania Di Lino è formatrice e autrice di progetti educativi denominati “Educare con l’arte”, ampliamente sperimentati nella scuola pubblica. Ha scritto racconti e filastrocche per bambini. Le sue opere sono esposte dal 1980, in Italia e all’estero, presso musei e gallerie, pubblici e privati. E’ socia dell’Associazione Culturale “Movimento Artisti Arte Per”, gruppo che si occupa di arte visiva e temi sociali. Negli ultimi anni si è dedicata alla Visual Poetry, coniugando la parola all’arte visiva, con particolare riguardo per il linguaggio poetico, e alle letture poetiche pubbliche, partecipando a numerosi “Reading”. Fra le sue esposizioni più recenti: “Arte per la Libertà” presso la Sala Capitolare del Senato, a Roma; Mille Artisti a Palazzo, a Cesano Maderno; Artistas y Poetas Visuales Gallery, Mujeres y Art, a Valencia e Barcellona; Festival delle Contro Culture, a Roma.Ha pubblicato recentemente una sua raccolta di poesie: Percorsi di Vetro-deComporre Edizioni.


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